Condividi questo articolo

Vienna, 17 maggio – La settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest si è chiusa sabato 16 maggio alla Wiener Stadthalle con un verdetto che nessuno aveva pronosticato a inizio stagione: ha vinto la Bulgaria con “Bangaranga” di Dara, prima vittoria assoluta per Sofia. È la terza volta che l’Austria ospita – dopo il 1967 e il 2015 – grazie al trionfo di JJ con “Wasted Love” a Basilea nel 2025.

La storia di quest’anno è anche quella dei numeri più piccoli dal 2003: solo 35 paesi in gara, due in meno del 2025. Sono tornate Bulgaria, Moldova e Romania, ma hanno detto no Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna, in protesta contro la presenza di Israele nel contesto della guerra a Gaza. È il boicottaggio più ampio dal 1970.

Le novità non erano solo politiche. Vienna 2026 si è presentata come “l’Eurovision più accessibile di sempre”: interpreti LIS su tutti i canali, app Accessify per orientamento indoor, metro al 100% accessibile e mappe tattili. A condurre, Victoria Swarovski e Michael Ostrowski, con Emily Busvine in green room. La BBC ha confermato Graham Norton in cabina e Tia Kofi per il backstage digitale.

In finale, 25 atti. Dara ha firmato un poker storico: “Bangaranga”, scritta con Anne Judith Wik, Cristian Tarcea e Dimitris Kontopoulos, ha vinto sia il voto delle giurie sia il televoto, cosa che non accadeva dal Portogallo nel 2017. Dietro di lei: Israele secondo, Romania terza – eguagliando i migliori piazzamenti del 2005 e 2010 con il punteggio più alto di sempre – poi Australia quarta e Italia quinta con Sal Da Vinci.

Il gossip ha fatto il resto. Boy George, 64 anni, ha rappresentato San Marino portando in scena lustrini e una versione disco-gospel che ha diviso i fan. Il Lussemburgo, rientrato da poco, è uscito in semifinale per la prima volta, lasciando l’Ucraina unica nazione ad aver sempre passato il turno dal 2004. E mentre Dara piangeva sul palco, sui social impazzava l’hashtag #Bangaranga, già colonna sonora dei Pride europei.

Commento finale: Vienna ha consegnato un Eurovision più sobrio nei numeri, più rumoroso nei significati. La vittoria bulgara sposta l’asse a est e, con cinque big assenti, riapre la domanda che l’EBU non vuole sentire: quanto può reggere “United by Music” quando la musica è divisa dalla politica.

Photo Credits: Tobias Kleinlercher / Wikipedia, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo

Hai una domanda, una proposta di collaborazione o un comunicato stampa da condividere con la nostra redazione?

Privacy / Cookie Policy